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SULLA STRADA PER GHWEIFAT
Ed è proprio quando penso di essermi spurgato delle storie degli altri, quando finalmente comincio a sentire solo il rumore sordo dei miei pensieri; quando, all’orizzonte dei tramonti, le storie cominciano ad essere solo mie, ecco che mi accorgo che nulla è cambiato, nulla e ancora assolutamente nulla.
Si ricomincia da capo.
Una spugna non nasce per fare il rubinetto.
Non potrà mai esserlo. Può solo assorbire.
Sulla strada per Ghweifat, vedo, sento, ascolto, assorbo, esattamente come accadeva sull’amato/odiato Raccordo di Roma.
La strada per Ghweifat è esattamente come quello, con l’unica, lieve differenza che questa è un rettilineo infinito di quattrocentocinquanta chilometri, come sette Raccordi Anulari insomma, presi, aperti e poi stirati.
Ma non hai Roma intorno, aperta e stirata.
Cos’è Ghweifat?
Non è nulla, forse un’idea, un concetto, un’ipotesi di qualcosa che potrebbe essere ma, forse, non sarà mai, è un posto di frontiera.
Ghweifat è anche un albergo con improvvisate abitazioni intorno. Un albergo che è il solo luogo di perdizione nel raggio di duecento chilometri, ed io mi ci perdo.
Mi perdo fin troppo spesso, per lo stato depressivo in cui vegeta il mio fegato.
Forse, Ghweifat nasce soltanto per vedere il mare ritirarsi, come spaventato dalla vista di quel nulla sconfinato.
Si ritira quasi schifato, lasciando esposte al sole le povere creature distratte, convinte di vivere in un mare speciale, dai colori incantati, dai profumi delicati: un mare traditore.
E traditrice, è anche la strada per arrivarci, a Ghweifat.
Due corsie per carreggiata, stranamente non illuminate (qui negli Emirati hanno tanta energia da consumare che tendono ad illuminare anche i lampioni); un’autostrada sulla quale trovi di tutto, tutte le razze, tutti i tipi di camion improponibili, i carichi speciali più speciali che si possano immaginare. Un’autostrada dove la regola è molto semplice: una corsia per i camion e una per le automobili.
Potrebbe sembrare tutto semplice, se non fosse che le automobili che trovi sulla strada per Ghweifat sono Lamborghini, Land Cruiser di cilindrate non chiaramente definite (per certi versi, hanno anche loro, i locali tovagliati, un certo senso del pudore), pickup esagerati, con scarichi tali che anche il peggior tamarro italiano, al confronto, sembrerebbe un chierichetto.
A volte, se sei fortunato, trovi anche una Fiat 500. Ovviamente Abarth.
Sulla strada per Ghweifat, non esistono svincoli per inversione di marcia, quel deserto non se li merita.
Qui, hanno inventato le U-Turn: in pratica, un’inversione ad U in piena autostrada, tra nebbia, tempeste di sabbia e camionisti pakistani che non sanno cosa significhi dormire.
La strada per Ghweifat è un tutti contro tutti, e la sabbia ha anche il triste compito di coprire, come un velo pietoso, i liquidi di chi, ad un certo punto, non farà più parte di tutti.
Vado con il mio Suv di dimensioni vergognose: io non ho il senso del pudore.
Io forse non ho proprio senso.
La cilindrata cinquemilasette, otto cilindri, è scritta chiaramente su ogni parte delle lamiere; quasi a far capire che, in questo posto, non esiste il problema di dare da bere ad otto bambini che frullano assetati, mi fermo alla Petrol Station e, senza la stretta al cuore e i crampi al portafoglio, posso chiedere, con fare tronfio: “Full Special, please”.
Trentaquattro centesimi di euro al litro: se anche i bambini assetati fossero dodici, non farebbe differenza. Ma forse erano veramente dodici, non ricorso, e comunque non fa differenza.
Sulla strada per Ghweifat, occorre solo non distrarsi a farsi scappare le pompe di benzina, perché i Signori del petrolio, non avendo alcuna concorrenza in questo Paese, non necessitano di dover prevedere un gran numero di distributori; a loro, basta porle ad ottanta chilometri l’una dall’altra (quando va bene) perché, tanto, sempre e solo da loro devi andare.
Le Petrol Station sono le nuove oasi del deserto, dove tutto è in abbondanza e tutto è alla portata di tutti, dall’ultimo sfigato filippino al ricco arabo immacolato.
Questo posto sembra essere la livella sociale perfetta; mette tutti sullo stesso piano, si mangia nello stesso posto, la stessa roba. Trovi famiglie indiane con le dita e i vestiti impacioccati di riso e pancie rotonde (forse li amo) e poi, vicino, trovi iracheni bui, con il viso sempre corrucciato, ed io, forse, sento disagio.
Sembra tutto delicatamente stabile.
Io non sono stabile.
Lievi colpi di coda agorafobici, a volte, si fanno sentire; monta l’ansia del sapere che è inutile guardarsi indietro e ritornare; sai che devi solo proseguire.
Cala il sole e scende un certo tipo di magia, cercando di mitigare lo stato d’allerta che monta ad ogni chilometro, la voglia di arrivare e lasciarsi alle spalle l’ennesima traversata, possibilmente incolume.
Nella notte, i flash degli autovelox brillano come fosse un eterno Capodanno. I limiti imposti sono, anch’essi, sol un concetto, un buon proposito, ma qui un limite è, comunque, un numero fuori luogo, su un nastro nero infinito, dove i nuovi miraggi di questa epoca sono le curve.
L’imposizione di un limite, qui, è fuori luogo, fuori contesto, come voler vedere legna ai bordi della strada, o impermeabili inglesi o Fiat Duna usate, a GPL.
Tra una moltitudine di camion parcheggiati per la notte, ormai carica di nebbia, scorgo una figura avvolta nel classico pigiamone celeste, che identifica immediatamente provenienza e ceto sociale; vedendo, poi, le condizioni in cui versa il tipo, capisco che il ceto non è neanche più sociale, forse è solo sabbia.
E’ un pakistano che chiede un passaggio.
Un passaggio per dove? E da dove? Che fai, pakistano?
E’ imbarazzante come, nella mia testa, non arrivi nulla, come i soliti, fini percettori sembrino, stavolta, andati in vacanza. Non sento nulla e non voglio scoprire il perché.
Non mi fermo e non ti carico, pakistano.
Oggi non posso, non ti sento.
Oggi non abbiamo nulla da dirci.
Sulla strada per Ghweifat, quelli che ora si vedono in lontananza non sono i lampi degli autovelox ma luci multicolori della polizia locale. Sono loro sì, quelli che fanno paura. La nebbia regala un’atmosfera veramente surreale, un bianco latte ferito dai colori delle sirene della polizia. Passo piano e mi rendo conto che ferita non è solo la nebbia, ma anche un’intera famiglia di locali, facilmente riconoscibili dal tipo di auto, deformata con maestria, in funzione della velocità alla quale, evidentemente, andavano.
Il camionista, probabilmente artefice di tutto, piange in silenzio, vicino al cassone irriconoscibile e in mezzo al suo carico ormai andato. Tutto finito. Tutto, forse, mai neanche chiaramente iniziato. Non voglio pensare a che fine possa fare quel disgraziato.
Fa male. Fa male tutto.
Sto male e mi viene da vomitare: troppo il dolore da assorbire.
Qui, sulla strada per Ghweifat, fa solo molto più caldo, ma le storie sono le stesse, forse, le morti anche.
Le storie sono più difficili da capire, con queste lingue straniere indecifrabili.
Le morti, invece, sono più facili: il sangue è sangue, indipendentemente dalla lingua.
Sangue e budella, non hanno bisogno di traduzione.